Laboratorio + Decalogo
Quali etichette ci feriscono? Da quali cliché linguistici non riusciamo ad emanciparci?
Dimmelo in faccia! è un laboratorio partecipato di emersione e condivisione degli stereotipi basato sulla metodologia OST (Open Space Technology), che intende condurre i partecipanti lungo il tema delle discriminazioni, per riconoscere e contribuire a disintegrare gli stereotipi attivi nella nostra società.
L’obiettivo è creare un decalogo dei linguaggi ostili da diffondere per la città, nelle scuole, tra le associazioni e i privati cittadini affinché, anche in maniera provocatoria, si possa favorire la riflessione sul linguaggio e la diffusione di una cultura dell’inclusione.
Appuntamenti del percorso
Decalogo dei linguaggi ostili
Il nostro Decalogo è il risultato di un processo partecipativo: i cittadini presenti all’OST si sono uniti in gruppi di lavoro in base agli stereotipi con cui si sentivano più in sintonia per redigere una lista dei linguaggi ritenuti ostili dal proprio gruppo sociale, dalla sintesi dei quali nasce questo documento.
Pur consapevoli della parzialità di qualsiasi elenco, il tentativo è essere il più inclusivi possibile, abbracciando un’ampia varietà di contesti sociali. Attraverso l’analisi di lessico, sintassi e pragmatica, il Decalogo svela sfumature linguistiche che nascondono razzismo, autoritarismo e manipolazione, con l’obiettivo di favorire un uso consapevole della lingua e pratiche di emancipazione e difesa dalle parole ostili.
Utilizzare epiteti denigratori o deumanizzanti, generalizzare attribuendo le caratteristiche negative di un singolo a un intero gruppo sociale, giustificare e rilanciare stereotipi
Parole ed espressioni dal forte valore negativo colpiscono contemporaneamente un individuo e un gruppo sociale. Sia una rappresentazione stereotipata sia la mancanza di termini che rispecchino la vera identità di qualcuno influenzano il modo in cui si percepisce e viene percepito. Questa distorsione non solo normalizza la violenza contro l’individuo e il gruppo sociale a cui appartiene, rendendo accettabili persecuzioni e discriminazioni, ma stabilisce anche gerarchie artificiali tra persone, basate su attributi fisici, caratteriali, etnici.
Distorcere le parole di un individuo per la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o ridurlo al silenzio
In alcune situazioni, definite di “ingiustizia discorsiva”, le parole delle persone in posizioni di potere possono distorcere o reinterpretare quelle dei soggetti subordinati, inficiando o annullando totalmente la capacità di un individuo o di gruppo sociale di agire efficacemente con le proprie parole.
Svilire la controparte o determinarne l’incapacità ricorrendo a termini presi dalla disabilità
Accade di frequente di utilizzare locuzioni specifiche dei disturbi psichici in maniera superficiale per validare la propria presunta superiorità etica o intellettiva, perpetrando lo stigma sociale nei confronti delle patologie psichiatriche; accade anche di ricorrere alla terminologia della disabilità come insulto per denigrare gli interlocutori.
Diffondere disinformazione, misinformazione e malinformazione
Il dilagare di disordine informativo contribuisce alla creazione di ambienti ostili ed escludenti, mettendo a rischio la tutela di vari gruppi sociali. Spesso si condividono contenuti urlati, anche se infondati, perché creano clamore. Ciò aumenta la diffusione di disinformazione e l’incitamento all’odio, che sono strettamente collegati con la costruzione del nemico.
Ragionare per dicotomie escludenti e marginalizzanti
Raggruppare i soggetti in noi e loro in base a differenze di genere, etnia, orientamento sessuale, religione, provenienza economica o sociale, difformità fisiche o mentali, non conformità del corpo o far sentire lontana la vittima e vicino l’aggressore, con la tendenza a minimizzare la gravità dei fatti significa attivare dinamiche del tipo buoni-cattivi, giusto-sbagliato, che contribuiscono a individuare un bersaglio o a declassare un gruppo sociale.
Esprimere il divieto o l’ordine di fare qualcosa rinforzando la posizione di subordinazione di un individuo o di un gruppo sociale
Quando i pregiudizi si trasformano in divieti o ordini discriminatori, modificando l’insieme dei comportamenti consentiti o non consentiti, si sta vietando a un individuo o a un gruppo sociale l’accesso a delle possibilità. Allo stesso tempo, l’individuo che esprime l’ordine o il divieto sta acquisendo il diritto che esso
venga eseguito a discapito dell’individuo o del gruppo sociale ricevente,
che invece acquisisce un obbligo, e che verrà criticato se non lo espleta.
Utilizzare eufemismi per ammorbidire dei fatti naturali e infantilizzare o femminilizzare il lessico perpetuando stereotipi
Esiste l’abitudine a normalizzare le conversazioni e a diffondere lo stigma su fatti naturali che riguardano il corpo e la salute, ma non solo. Parlare utilizzando degli eufemismi può celare messaggi distorti e permettere che parole o espressioni denigratorie si insinuino nel discorso in modi poco riconoscibili, rendendo tollerabile il loro uso improprio. Allo stesso modo, anche rivolgersi con vezzeggiativi e diminutivi a un determinato gruppo sociale ne sminuisce la portata.
Oltrepassare i confini di permessibilità di una conversazione
Alcuni contenuti vengono veicolati in maniera velata, occulta in una conversazione, in quanto discutibili, e se esplicitati difficilmente sarebbero socialmente accettati, eppure suggeriscono in maniera abbastanza chiara una versione dei fatti, una lente distorta attraverso cui guardare.
Alzare il volume e i toni o utilizzare espressioni estreme
Urlare, sovrastare le voci e le opinioni altrui, infervorarsi impedendo agli altri di parlare o non ascoltarli mette al riparo dalle loro obiezioni e dalla parzialità o perniciosità del discorso che si sta conducendo. Lo stesso effetto si può ottenere prevaricando, sbeffeggiando o ridicolizzando con espressioni estreme che non prevedono repliche.
Diffondere gli stereotipi attraverso la didattica, i materiali informativi, l’IA
Spesso tra i diffusori di stereotipi, inconsapevoli o meno, troviamo libri e supporti didattici, educatori, genitori e famiglie che trasmettono ai minori delle aspettative sociali di vario tipo, le quali inevitabilmente condizionano o limitano le loro possibilità future. Capita che sui libri di scuola i bambini assimilino il concetto che uomo e donna sono diversi e che quindi non c’è alcuna parità di genere, così come è stata verificata la tendenza dei modelli linguistici di grandi dimensioni utilizzati per l’IA generativa a produrre e replicare pregiudizi e stereotipi di vario tipo.










